La Futuwwah

Il termine “Futuwwah” indica il fatto di servire gli altri, ma in maniera più specifica anche il servizio che un discepolo compie presso un maestro, come il servitore che accompagna Mosè nel suo viaggio iniziatico (Cor., XVIII, 60, 62). Il concetto fondamentale associato alla Futuwwah è la Fitrah o natura primordiale dell’uomo: nonostante l’uomo sia caduto in questo basso mondo continua, nel suo interno, ad esistere la natura primordiale che lo aveva caratterizzato nel momento della creazione.

«La fitrah è una luce che splende al centro dell’essere dell’uomo anche se adesso è coperta dai veli della passione e dell’oblio. La Futuwwah crea una condizione nell’anima che consente allo spirito della Fitrah dell’uomo di trionfare sul buio di questo mondo e di riconquistare la natura perduta dell’uomo o piuttosto ciò che rimane internamente a sé stessi in uno stato di potenza»

Chuang-tzu ha scritto: «Riformare la propria natura significa ritornare alla verità primitiva dell’essere». La vicenda di Abramo (è la Surat dei poeti, quando si parla di Abramo XXVI: 89) chiarifica come la Futuwwah, anche se caratterizzata da un certo tipo di comportamento esteriore, sia prima di tutto un metodo di sforzo interiore; ecco perché ne parliamo designandola come Cavalleria Spirituale o celeste.

 

Nell’Islam esistono infatti due tipi di Jihâd, come è attestato da un celebre Hadîth profetico: “quello maggiore” è il più meritorio. Al Fatâ autentico si impone la grande Guerra Santa che è la lotta contro le sue passioni, conformemente a quanto ha detto Allâh l’Altissimo: «Oh voi che credete, combattete i miscredenti che vi stanno attorno» (Cor., IX, 123). Non c’è sicuramente nulla di più miscredente della nostra anima (nafs), perché essa nega i doni e le grazie ricevute da Dio!

 

L’anima dell’uomo decaduto è divisa in due ed è in lotta con se stessa: la sua parte inferiore è così descritta nel Corano: «Invero l’anima istiga al male», mentre l’altra parte, quella migliore, è chiamata «l’anima che si rimprovera sempre» ed è quest’ultima che intraprende la grande Guerra Santa, con l’aiuto dello Spirito, contro la prima.

Il Jihâd Asghar (piccola Guerra Santa) ha come suo naturale fine la vittoria in guerra, che può avvenire anche mediante l’estremo sacrificio dello stesso cavaliere (martirio): in quest’ultimo caso il Fatâ entra direttamente nel Paradiso. Lo Jihâd Akbar (grande Guerra Santa) invece, è, come abbiamo già detto, la vittoria sulle proprie passioni, il che porta il cavaliere oltre il Paradiso. Questa polarizzazione è, d’altronde, lo specchio simbolico della divisione sussistente, nell’uomo e nel creato, tra celeste e terrestre, tra spirituale e materiale.

 

Principi di Cavalleria Islamica:

  • Sii buono con tutti i credenti e con tutte le creature

  • Ripaga il male con il bene

  • Non tenere in conto le cattive azioni del prossimo

  • Non parlare dei difetti della gente. Parla bene o taci.

  • Vai a trovare i tuoi fratelli senza altro motivo che Allah.

  • Non criticare i cibi.

  • Onora l’ospite e non sii avaro.

  • Raggiungi l’eccellenza del comportamento.

  • Coltiva l’intimità con Allah e tra i credenti.

  • Conserva i rapporti di amicizia.

  • Occupati delle sofferenze e delle angustie dei tuoi fratelli.

  • Osserva l’adab a tavola.

  • Sii dolce ed indulgente con tutti e riprova solo ciò che è haram.

  • Sii paziente con le creature.

  • Preferisci i credenti in caso di necessità anche rispetto ai tuoi stessi parenti.

  • Condividi i tuoi beni con colui con il quale hai stabilito un patto di fratellanza islamica.

  • Sii ospitale e rispettoso con il prossimo.

  • Credi in Allah e fai il bene.

  • Mantieni il tuo cuore trasparente ed il tuo animo generoso.

  • Abbi compassione del prossimo e cerca di sollevare i deboli.

  • Ama i tuoi fratelli in Allah e visitatevi a vicenda.

  • Mantieni la nobiltà di carattere.

  • Non crederti importante e non aspettarti ricompensa dalle tue azioni.

  • Pentiti veramente e non ricadere più nella stessa buca.

  • Ama quelli che Allah ama.

  • Perdona le cattive azioni altrui.

  • Visita i malati, vai ai funerali, alloggia i viaggiatori.

  • Lavora halal per mantenerti.

  • Cura la tua vita spirituale almeno quanto quella materiale.

  • Rispetta la sacralità del creato.

  • Confida in Allah.

  • Tratta gli altri come vorresti essere trattato te stesso.

  • Stai lontano da quello che Allah ha vietato più che dalla peste.

  • Emigra verso Allah con tutto il tuo cuore senza lasciarti niente indietro.

  • Sii sincero con te stesso.

  • Ama e solleva i poveri e gli indigenti.

  • Mantieni i segreti.

  • Ricordati che i tuoi beni sono quelli che devolvi per amore di Allah.

  • Se digiuni volontariamente e sei invitato spezza il digiuno.

  • Sii allegro e conviviale con gli ospiti.

  • Sii un portatore di concordia.

  • Controlla ciò che dici e ciò che fai e quanto tempo passi fuori della conformità alla legge divina.

Concetto di guerra e jihad:

Sembra incredibile, ma l’Islam non dice nulla di quanto comunemente, i più (costituiti non solo dai mass-media, ma anche da pseudo-eruditi che hanno venduto milioni di copie di libri che allontanano l’Islam, anni luce dalla realtà), cercano di inculcare nelle menti dei loro simili, fomentando odio e ignoranza che portano solo sulla via della menzogna e della perdizione. Qualcuno ne avrà a male, ma è così…

Jihad: Jihàd, è considerato lotta minore (Jihàd asghar) quando è compiuto dalla collettività per far trionfare la giustizia e la virtù (Tabarì); è considerato lotta maggiore (Jihàd Akbar), quando è sforzo individuale per diventare un buon musulmano. Il Corano esclude qualsiasi tipo di guerra che abbia lo scopo di convertire all’islam: ”Nessuna costrizione in fatto di religione. La buona direzione si distingue dall’errore” (Al Baqara: 256).

Per il Corano, inoltre, nessuna guerra è santa. Il significato della parola Jihàd, infatti, va inteso come sforzo e non già come Guerra… quest’ultima infatti, viene chiamata muqàtala. (G. Mandel: Il Corano senza segreti – Rusconi ed.- pag.183). Per meglio intendersi, una volta, tornando da una battaglia contro gli infedeli, il Profeta disse: ”siamo tornati dalla piccola Guerra santa alla grande Guerra santa.” I suoi compagni gli chiesero: ”Qual è la grande Guerra santa?”. Rispose: ”la guerra contro l’anima”.

Abbiamo parlato nell’introduzione, di esteriorità ed interiorità in una fede (in questo caso dell’Islam), e qui sta la chiave del significato interiore di tutti i versetti del Corano che si riferiscono alla Guerra santa ed agli infedeli. Senza dubbio, questo detto del Profeta contiene qualcosa per tutti, e molti musulmani affermeranno di aver fatto l’esperienza di combattere contro gli infedeli interiori, cioè elementi ribelli, non spirituali, dell’anima.

E’ pur vero che si tratta di concetti ispirati a pura filosofia, la cui comprensione non può essere certo alla portata di tutti, ecco perché esiste un lato esteriore, riservato alla massa, e un lato interiore, oggetto di riflessione per le fasce intellettuali. La Guerra santa, potremmo definirla come un aspetto del sufismo o di chi, in ogni caso, è votato al misticismo. Il Corano dice: ”Combatti totalmente gli idolatri (IX: 36), oppure: Combattili fino a quando non esisterà più opposizione E il culto sarà tutto per Dio (VIII: 39)”. Solo il mistico è capace di realizzare questo interiormente, ed egli solo sa cosa significhi opporsi metodicamente alle proprie possibilità inferiori, e portare la guerra in territorio nemico, in modo che tutta l’anima possa essere di Dio.

C’è in proposito, un racconto sufi, che rende perfettamente e con semplicità, il concetto appena espresso. Il racconto s’intitola appunto: La Guerra Santa.

Iyazi era un guerriero forte e valoroso. In battaglia era molto coraggioso e non indietreggiava mai di fronte al nemico. Nella zona del Santo Sepolcro infuriava la Guerra Santa, e l’arabo si era arruolato per combattere gli infedeli. Egli riteneva di attenersi al Corano, alla prescrizione di lotta contro le genti della Scrittura che non praticano la vera religione (intendi Ebrei e Cristiani – cfr. Corano IX: 29). Nel corso di varie scaramucce, Iyazi aveva già dimostrato il suo valore. Un giorno, la sua truppa s’imbattè in un drappello di soldati cristiani. Ci fu uno scontro frontale. I due gruppi combatterono aspramente. Iyazi era circondato. Quattro contro uno. Ma l’arabo abbattè subito tre nemici.

”Ci sei rimasto solo tu. Lottiamo lealmente, e che vinca il migliore!” gridò l’arabo. Dopo alcuni istanti, con un abile rovescio, Iyazi riuscì a disarmare l’avversario. L’uomo era steso a terra, e attendeva la fine. L’arabo stava per sferrare il colpo mortale, ma si fermò. Era come se udisse una voce interiore che gli intimava di risparmiare il nemico. Ubbidendo al comando, Iyazi disse istintivamente: ”Và, sei libero! Non ti ucciderò, benchè tu sia un infedele!”

Mentre l’uomo, senza capire, si allontanava, Iyazi lo seguiva con lo sguardo. Neanche lui si era reso conto dei motivi della sua azione. La stessa notte, l’arabo fece un sogno molto importante. Udì una voce provenire da un androne. Era un uomo che aveva le sue stesse fattezze, e gli parlava così: ”Avresti dovuto ucciderlo, Iyazi. Risparmiando il tuo nemico, hai trasgredito la legge”. Cambiando tono, l’uomo aggiunse: ”Tuttavia, potrai ancora compiere grandi gesta. Domani stesso incontrerai altri infedeli, e potrai sterminarli, dimostrando la tua devozione”.

Improvvisamente, apparve un altro Iyazi, una figura che il valoroso sembrò non riconoscere, e che pur ne aveva le sembianze. Il ”secondo” Iyazi ebbe parole molto dure per l’altro, quello che esortava a combattere. ”Non sai quello che dici e dai cattivi consigli. In te parla la passione e non la fede. I tuoi discorsi sono come quelli degli infedeli. Perché esorti a lottare contro gli altri, anziché contro se stessi! Iyazi deve imparare a trionfare sulle passioni, non ad uccidere. Poi, quando sarà padrone di se stesso, potrà anche farlo, se vorrà, ma non per prima, perché altrimenti sarebbe schiavo dei suoi sentimenti. Non è il mondo terreno che egli deve servire, bensì quello dello spirito. E’ lì che, in primo luogo, si combatte la Guerra Santa. Su questo terreno, Iyazi non ha ancora mostrato il suo valore.”

L’arabo si svegliò in un bagno di sudore. Quelle parole lo avevano scosso profondamente. Erano dettate dall’immaginazione o rispecchiavano le sue esigenze intime? Iyazi capì che voleva combattere gli infedeli, ma anche se stesso. E si rese conto che era molto più facile vincere quelli. Perciò prese la sua decisione. «Ha ragione la seconda voce. La battaglia che sto combattendo è dettata dall’odio. Sarò schiavo delle passioni, finchè la continuo. Sono io il mio vero nemico. Devo soggiogare le emozioni, rinunciando al mondo». E il condottiero si tolse l’armatura, pronto a combattere una nuova guerra nei labirinti del suo cuore (Racconto tratto da ”Il canto del Derviscio” – Leonardo Vittorio Arena – Oscar Mondatori).

Unitamente al concetto errato di Guerra santa, recentemente si è aggregato a tale concetto, un altro teorema dal “potenziale” di medesima ”intensità“, e cioè quello del Kamikaze, che ”non muore“, poiché caduto ”per la causa di Allàh“, entra “direttamente in Paradiso“. Il Corano si definisce al-Furqan, che può tradotto in ”discernimento”. Esso non distingue solo tra giusto e sbagliato, tra ortodossia ed eresia, verità ed errore, religione e paganesimo, ma stabilisce pure una distinzione, entro l’ambito dell’ortodossia, tra coloro che osservano una certa moderazione nel loro culto e, parallelamente, se si tratta della Grande guerra santa, tra quelli che si spingono in avanti per battersi e quelli che restano nelle retrovie.

”A tutti Dio ha promesso il miglior bene. Ma ha preferito i combattenti ai non combattenti e riserva loro una ricompensa immensa” (Corano IV: 95). E, continuando sulla strada che prevede anche l’uso di alcuni racconti, eccone uno che fa il caso nostro…… a proposito dei martiri sulla strada di Allàh….

Dopo la morte la vita: ”Ogni cosa è peritura, salvo il volto di Allàh” (XXVIII, 88). Tutte le cose si annienteranno e saranno distrutte. Le anime pure degli angeli, i cieli, la terra, l’empireo, il trono celeste, la tavoletta e il calamo, e il resto. Ma la morte del credente, benchè in apparenza sia una morte e un annientamento, non la si chiama morte. Perchè il bene che esisteva in lui e che sembrava distrutto e annientato, in realtà è moltiplicato per mille. La morte non è una vera morte. Poichè quando lui muore, diventa mille volte più grande. E’ come il grano di frumento o il nocciolo dell’albero che si sotterra. Quel seme si apre nella terra ed è distrutto. Marcisce e si annienta totalmente. Ma, quando il corno della primavera suonerà, tutte le semenze rivivranno; e ciò dimostra che in realtà non erano annientate: erano invece, accresciute mille volte. In verità, quel seme non era morto.

Forse quel seme non stava sepolto nella terra da cui è spuntato? Perchè tu dubiti della semenza dell’uomo? La morte consiste in ciò: che da un seme amaro o una spina acuminata, che ad ogni istante grida: ”Potessi non esistere e non essere venuto in questo mondo”, diventa, quando muore e si annienta, centomila volte più orribile. Una tale morte si chiama morte vera. Questo stato è peggio della morte. Perchè vi sono molti uomini i quali, in mezzo a torture e pene, desidererebbero morire. E l’empio, persino lui, quando vede la propria bruttezza, grida: ”Me sventurato! Se solamente potessi essere polvere!” (LXXVIII, 40).

Quanto alla morte dei credenti, degli uomini dabbene e dei santi, quantunque sia morte, non è morte, ma vita. (*) ”Non considerate morti coloro che sono uccisi nel sentiero di Dio. Essi, al contrario, sono vivi! E saranno ben provvisti presso il loro Signore, e saranno beati della grazia che Iddio ha concesso loro” (III: 169-170). Il frumento della loro esistenza è centuplicato. Iddio l’Altissimo dice: ”Tutte queste cose si annientano, scompaiono, non rimangono, che si tratti dell’angelo o del demone. Io resto, Solo” (Sultan Walad).

(*) Nota: In questo scorcio mistico di Sultan Walad, il famoso versetto 169 della Sura Al – Imran, finalmente trova la sua giusta collocazione, lontana anni luce da chi ha cercato di adattarla a giustifica dei crimini più abietti. Come ho sempre ripetuto e come continuerò a ripetere sempre, la vera Guerra dell’Islam, è quella spirituale, interiore, e non già quella ad opera di pazzi criminali, che con l’Islam, quello vero, non hanno nulla a che fare, poiché il Corano condanna sia il suicidio che l’omicidio.

Le origini sufiche del Graal: Farid al Dìn Attar, è uno dei più grandi maestri del sufismo che visse nel Khorasàn tra il XII e il XIII secolo. A lui si deve il libro ”Il detto degli uccelli”. Si tratta di un libro di iniziazione sufi, che trae ispirazione direttamente dal Santo Corano (An-Naml: 22,25). Quando un sufi dice di parlare il linguaggio degli uccelli, si tratta dei concetti di quella cerchia di sufi emblematizzati da trenta uccelli (si morg) che vanno alla ricerca del mitico Simorg o Simurgh (araba fenice, o santo Graal).

Ma torniamo all’opera di Attar. Il motivo di tanto interesse poetico nel viaggio degli uccelli è che tali animali rappresentano il simbolo dell’anima che, impigliata nei legacci del corpo, anela il ritorno all’Unità originale. E il linguaggio degli uccelli è la lingua esoterica per eccellenza, alla quale lo stesso Corano, come dicevo, dedica una citazione mettendola sulla bocca di Salomone (sura XXVII). Nel Poema di Attar, si narra di un folto gruppo di uccelli ai quali l’upupa, che per la sua cresta sembra cinta di corona nobile, si rivolge esortandoli a raggiungere Simurgh, il loro mitico re, che dimora in terre lontane e sconosciute.

 

Nel Corano, ancora, l’upupa è messaggera di Salomone presso la regina di Saba e non può sfuggire l’analogia con la guida di Dante, Virgilio, nel suo viaggio ultraterreno. Trattandosi di un viaggio sconosciuto e misterioso non può essere compiuto senza qualcuno che conosca la strada. Gli uccelli incarnano gli attributi della personalità umana e ciascuno di loro, infatti, muove obiezioni all’invito dell’upupa, trova scuse e pretesti per mostrarsi esitante.

 

L’upupa risponde con pazienza alle loro spesso ipocrite argomentazioni. Alla fine lo stormo partirà ma, altro simbolismo, solo trenta uccelli su centomila arriveranno alla meta. Simurgh significa ‘trenta uccelli’ e raggiungere Simurgh si configura, quindi, come l’approdo allo specchio della verità essenziale dei trenta superstiti. Il viaggio si conclude con la scoperta della identità e unità dell’anima con il Principio Universale. Il ritorno all’origine comporta quindi una strage di egoismi e falsi attributi umani.

 

Il viaggio si realizza, come l’upupa aveva annunciato e descritto, attraversando sette ardue valli, e ciò che sopravvive deve annichilirsi per poter rinascere ad una vera Coscienza. Le valli, simbolo delle tappe dell’evoluzione interiore, sono quelle della Ricerca, dell’Amore, della Conoscenza, del Distacco, dell’Unificazione, dello Stupore, della Povertà. I dialoghi sono inframmezzati da racconti aneddotici che rinforzano il carattere didascalico e sapienziale del poema.

 

Riporto brevemente qualche passo solo per dare una idea del suo tenore. Parla l’upupa: ”Amici uccelli, in verità io sono il messaggero del divino, l’inviato dell’invisibile… io ebbi udienza un giorno da Salomone e per questo divenni eminente tra i suoi sudditi… noi abbiamo un re senza rivali che vive oltre la montagna di Qaf. Il suo nome è Simurgh ed è il sovrano di tutti gli uccelli. Egli ci è vicino ma noi siamo ad una distanza infinita da lui… La sua dimora è protetta da gloria inviolata. Il suo nome non è accessibile a ogni lingua… Se vi avrò come compagni sarete a corte i più intimi confidenti del re. Liberatevi dalla vostra miope presunzione! Chi mette in gioco la vita per lui si libera da se stesso, sulla via dell’amato egli va al di là del bene e del male. Abbandonate la vostra vita e iniziate il cammino, avvicinatevi a quella corte a passo di danza!”

 

I pretesti di tutti gli uccelli: ”Noi che siamo una turba di deboli e inetti, privi di penne e di ali e di corpo e di spirito, come potremo giungere sino al nobile Simurgh se non in virtù di un miracolo? Quale relazione può esistere tra noi e lui? Se davvero esistesse un rapporto tra noi, non dovremmo forse desiderare di cercarlo? Egli è come Salomone, noi siamo miserabili formiche: considera attentamente il suo rango e commisuralo al nostro. Una formica precipitata nel fondo di un pozzo può forse giungere a Simurgh contando sulle sue forze? E perché mai un principe dovrebbe divenire amico di un miserabile?”

 

L’upupa così rispose: ”O inconcludenti! Da cuori a tal punto inariditi come potrà stillare autentico amore? Miserabili creature, fino a quando durerà la vostra ignavia? Passione e aridità non possono coesistere e chiunque aprì gli occhi all’amore andò a giocarsi la vita a passo di danza.”

 

Ecco, le immagini del Popolo Migratore, mostrano che questi antichi poeti, sapevano osservare la Natura molto bene, al punto da trarne simbologie universali. Sapevano molto bene che il cuore umano, in quanto contenente un atomo di assoluto, va osservato come fenomeno naturale. Il viaggio è una prova davvero dura”, dice la voce narrante mentre le immagini mostrano scene di abbattimenti da cacciatori e carcasse scheletrite nel deserto. Le danze rituali delle gru e degli altri uccelli riempiono i luoghi delle loro soste, lungo le rotte del viaggio, come chi si sia affidato alla forza naturale dell’amore. La classica formazione di volo a cuspide delle oche, che l’operatore riesce a farci seguire come se fossimo uno di loro, toglie ben poco alla fatica meccanica del viaggio ma dona tutto dal lato essenziale dell’energia solidale del gruppo che avanza verso una meta di un altro continente.

 

Quando al fine le oche ritornano al luogo da dove sono partite la voce narrante dichiara: “La promessa del ritorno è stata mantenuta”. Non tutte sono tornate. Forse sono più di trenta su centomila e viene spontaneo chiedersi se noi, esseri evoluti, siamo in grado di riconoscere e mantenere le promesse verso il nostro destino, affrontando decimazione e morte simbolica. Attar vuole ricordare a tutte le genti delle epoche susseguenti che l’uomo ha un destino naturale più arduo, percepibile solo con il cuore, che non può non affrontare. Le sue promesse sono state pronunciate in altri luoghi. Il popolo dell’uomo ha itinerari lungo altri mondi. Il popolo dell’uomo vola con le ali del cuore. La meta del suo ritorno è tra le stelle.

 

Chi ha avuto la fortuna di leggere il capolavoro di Wofram von Eschenbach, non può fare a meno di non collegare Simurgh con Anfortas: anche se in maniera non del tutto identica, la matrice è più che evidente, oltre che all’esoterista, anche ad un attento osservatore. Ma permettetemi di parlare ancora del poema di Attar, pieno di immagini sufiche che riempiono le sue pagine con aneddoti di antichi saggi, includendo altresì il famoso Khidr, la guida nascosta dei sufi. Gli uccelli, che rappresentano l’umanità, vengono raggruppati da un’upupa, il sufi, che propone loro di partire alla ricerca del loro misterioso re. Questi, come abbiamo detto si chiama Simurgh e vive sulla montagna di Qaf (e qui possiamo fare riferimento a Montsalvage di Wolfram V.E. nel Parzival).

Ogni uccello, dopo l’iniziale accettazione del sapere dell’esistenza del re, inizia ad avanzare le proprie scuse perché lo esonerino dal prendere parte al viaggio per cercare il re nascosto. L’upupa, dopo aver ascoltato le lamentele di tutti, replica con una favola che illustra come sia inutile preferire quello che si ha o si può avere a quello che si dovrebbe avere. Tornando quindi alle radici del Graal, oltre a quanto abbiamo detto finora, non va dimenticato il fratello di Parzival, che suo padre ebbe in Oriente… né va dimenticato altresì che nell’opera di Wolfram, il Graal è una pietra, che le frequenti traduzioni chiamano (in modo storpiato) ”lapsit exillis”. E’ in virtù di questa pietra che la fenice si riduce in cenere, ma dalla cenere rinasce alla vita; è grazie a questa pietra che la fenice si trasforma per riapparire in tutto il suo splendore, più bella che mai….

“Questa pietra (dice Wolfram) dà all’uomo una tale forza che le sue ossa e la sua carne ritrovano subito la loro giovinezza: Viene anche chiamata Graal… E qui aggiungo anche un brano del Parzival che ritengo molto importante ed appropriata:

Vive là una schiera armata, vi dirò del loro cibo. E’ una pietra che li nutre, di una specie molto pura. Se voi nulla ne sapete vi dirò come si chiama: è il suo nome lapsit exillis. Per virtù di quella pietra la fenice si distrugge e rinasce dalle ceneri. Così muta la fenice e risplende molto chiara ed è più bella di prima. Non c’è un uomo sì malato che un dì guardi quella pietra e che muoia in sette giorni. Per lui resta fermo il tempo, il suo aspetto più non cambia, e se guarda quella pietra, fosse anche per due secoli, poi rimane esteriormente come era in gioventù, solo che incanutisce. Questo avviene a donne e a uomini. Quella pietra dona all’uomo una forza così grande che il suo corpo resta giovane. E’ UN PIETRA IL SANTO GRAAL: vi discende un messaggero che le dà virtù sublime, ecc…

Qui è facilmente ipotizzabile che la definizione originaria fosse ”lapis e coelis”, cioè ”pietra caduta dal cielo”, secondo un’etimologia riconducibile alla tradizione della Cabala e della Mecca.

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