Parallelismo tra mistica cristiana e mistica islamica
Ogni mistica sia nel Cristianesimo che nell’Islam, come pure nelle altre religioni, si presenta anzitutto come un’esperienza del ‘sé’ umano, cioè di ciò che c’è di più vero e profondo nell’essere umano. I mistici sono i primi ad affermare che l’essere umano non è semplicemente una cosa fra le cose, che esso non può essere ridotto all’insieme dei suoi componenti fisio-biologici. L’essere umano ha delle profondità da cui scaturisce la sua vera identità, profondità indicate comunemente con il termine ‘anima’ ( psychè , nafs ).
Sondando le profondità dell’anima umana i mistici sono testimoni che questa è legata misteriosamente, ma realmente alla sua sorgente prima, l’Assoluto. L’essere umano è essenzialmente l’essere della trascendenza verso l’Assoluto: questo è l’illimitato, non-comprensibile e non-afferrabile, ma sempre presente Orizzonte di ogni attività umana in quanto tale, soprattutto nei suoi atti fondamentali di conoscenza, amore e libertà. Questo assoluto, illimitato Orizzonte è percepito dall’essere umano come il Mistero trascendente e santo verso cui il suo cammino è diretto.
L’essere umano infatti è stato definito come ‘il pellegrino dell’Assoluto’. Questa è la sua struttura ontologico-esistenziale che si manifesta in tutta la fenomenologia del suo comportamento. L’essere umano è quell’essere inquieto che nulla appaga; egli porta dentro di sé una domanda di senso che mai si esaurisce e che continuamente lo incalza: l’essere umano è destinato a trascendere se stesso. Il suo punto di riferimento è sempre un Orizzonte lontano, al di là di tutto ciò che da vicino lo circonda. Ma, pur lontano, quell’Orizzonte è una realtà che tutto avvolge ed in tutto è presente. L’essere umano si sente inevitabilmente proiettato fra due abissi: o l’elevazione infinita o la caduta infinita. Egli infatti pur esistendo nei limiti del tempo e dello spazio, aspira continuamente a qualcosa che li trascende. Come crisalide prigioniera, egli tende a trasmutarsi in un essere nuovo e libero; come feto fragile ed incompleto, egli si sente destinato ad essere rigenerato in un essere adulto e perfetto. Sotto ogni punto di vista l’uomo è quell’essere che è mosso da un desiderio profondo, da una sete insaziabile, da una inquietudine radicale che in nulla si appaga e nulla può appagare. E questo perché egli nel profondo del suo essere sa di essere orientato verso ciò che non ha limiti, l’Assoluto: sia che tale desiderio affiori esplicitamente alla sua coscienza, sia che esso rimanga implicito nei suoi atti di conoscere, amare e decidere in libertà e responsabilità. Questi sono gli accenti, i desideri e le elevazioni che troviamo nei mistici di tutti i tempi. Questo è ciò che essi intendono quando parlano delle profondità della persona umana, della sua interiorità, della sua anima o del suo spirito. L’essere umano quindi è chiamato a passare per l’intima dinamica che lo muove dal finito all’infinito, dall’esteriore all’interiore, dal molteplice all’Uno. Ed è proprio la perdita di questa dimensione spirituale, che è poi la vera ed autentica dimensione mistica, che costituisce la causa della profonda crisi dell’uomo moderno. Questi infatti, nonostante il grande progresso scientifico-tecnico realizzato mediante lo sviluppo e l’applicazione delle scienze positive, sembra aver perso il senso della propria esistenza, della sua vera identità umana. L’uomo moderno si trova, come abbiamo accennato sopra, in uno stato di disgregazione, di caduta in un esteriorismo vuoto e sempre più meccanicizzato e robotico. Nel mondo moderno infatti sembra realizzarsi sempre più il detto: “L’uomo ha creato la macchina, e si è trasformato in sua immagine e somiglianza”, anzi egli si è messo al suo servizio.
Invece è proprio la ricerca spirituale che realizza l’essere umano nel suo profondo facendolo diventare sempre più umano, cioè facendolo passare dallo stato di ‘ominide’ (come semplice specie animale) allo stato di ‘umano’, come essere cosciente e responsabile del suo destino.
Far ricuperare quindi all’essere umano la sua dimensione di ‘essere-per-la-trascendenza’, come homo viator , cioè come essere in cammino orientato ed aperto all’incontro con l’Assoluto, rimane uno dei compiti fondamentali delle religioni in generale, e dei loro cammini mistici in particolare. Su questo punto possiamo trovare una larga convergenza fra i mistici di tutte le religioni, e questo può diventare un fecondo campo di dialogo fra di loro, anche se ciascun cammino mistico segue dei percorsi specifici tracciati dalla propria tradizione religiosa. Anche i sufi, i mistici musulmani, hanno lasciato pagine di interessanti riflessioni sulla reale ‘vocazione’ dell’uomo, come essere orientato essenzialmente a Dio. Al centro della loro riflessione sta infatti un noto hadith (detto attribuito a Muhammad, Profeta dell’Islam) che afferma: “Colui che conosce se stesso (lett. la sua anima, nafs ), conosce il suo Signore ( rabb )”. I sufi infatti hanno sperimentato che nel fondo dell’anima umana c’è un riferimento radicale, un’apertura ontologica verso il suo Signore, l’Assoluto. Questo hadith, com’è noto, è stato il motore e il centro di ricche speculazioni dei sufi sull’anima umana ed i suoi stati. Queste possono essere riassunte in due linee fondamentali di riflessione.
Il cammino sufi e le sue tappe.
Il sufismo ha sviluppato assai presto un’analisi attenta e dettagliata degli stati interiori dell’essere umano. L’essere umano infatti non nasce già perfetto, ma deve camminare verso la sua perfezione attraverso tappe e stadi molteplici. L’idea del cammino (in arabo sulûk ), delle sue tappe ( manâzil, maqâmât ), dei suoi stati interiori ( ahwâl ), ha occupato grande parte delle riflessioni dei sufi. E’ qui che si è innestata in Islam l’idea della ‘via mistica’ ( tarîqa ), che si è poi organizzata anche esteriormente a tale scopo. C’è un’immensa letteratuta al riguardo e su questo punto si trovano facilmente paralleli nelle altre mistiche. Nel Cristianesimo, ad esempio, abbiamo tutta una vasta letteratura sulle ‘scale del paradiso’, come pure in esso classica è rimasta la divisione delle tappe della vita interiore in via purgativa, via illuminativa, via unitiva. Occorre però sottolineare che il fine ultimo del cammino mistico non sono gli stati interiori (cercati in modo a volte ossessivo da certe mistiche ‘deviate’): il fine ultimo del cammino mistico è e rimane l’incontro, l’unione con l’Assoluto, unico termine ultimo del peregrinare umano. I grandi maestri mistici di tutte le grandi tradizioni religiose metteranno sempre in guardia i loro discepoli dal pericolo di cadere nel tranello di scambiare gli stati interiori con il loro termine ultimo. C’è qui il rischio di cadere in ciò che i sufi hanno sempre denunciato come idolatria, cioè ‘l’associazionismo nascosto’ ( al-shirk al-khafî ), che consiste nel mettere qualcosa alla pari, insieme con Dio: questa è considerata la più grave mancanza nel cammino sufi.
Le dimensioni dell’essere umano.
Il cammino mistico, facendo incontrare l’uomo con Dio, lo conduce alla scoperta e realizzazione delle sue dimensioni ontologiche fondamentali. Nella visione islamica l’essere umano è qualificato da tre categorie fondamentali: egli è il servo ( ‘abd ), il vicario o luogotenente ( khalîfa ) e l’immagine ( sûra ) di Dio .
L’essere umano è prima di tutto ‘il servo di Dio’ ( ‘abd Allâh ), egli è cioè totalmente relazionato a Dio, in assoluta dipendenza ontologica da Lui. Il qualificativo di servo (‘abd) non significa uno svilimento dell’essere umano, come una superficiale lettura può fare credere, ma esso è invece la fonte e la ragione della nobiltà dell’essere umano. Attuando totalmente e coscientemente tale dipendenza assoluta da Dio, l’uomo-servo (‘abd) incontra un Signore che lo onora, facendolo partecipe della sua signoria sulle creature, in forza della quale l’uomo viene chiamato ad essere il ‘vicario’ o il ‘luogotenente’ (khalîfa) di Dio sul creato. Tutto ciò però è fondato su di una realtà ontologica fondamentale: l’essere umano è stato creato ad ‘immagine’ (sûra) di Dio. Egli quindi può e deve riprodurre in sé i tratti (khuluq) di Dio: “Rivestitevi dei tratti di Dio”, è pure un importante hadith che è diventato uno dei punti base del cammino sufi. Tutto ciò è infine sfociato in molte correnti sufi, in quella di Ibn ‘Arabî in particolare, nell’elaborazione dell’idea dell’Uomo perfetto (al-insân al-kâmil): l’essere umano è visto come il micro-cosmo, specchio delle qualità divine e sintesi delle manifestazioni del Reale-Assoluto (haqq) nell’universo (khalq). L’essere umano quindi è chiamato, secondo tale visione sufi molto seguita nelle ‘vie’ sufi (turuq), a realizzare la completa manifestazione del Reale-Assoluto in una unione profonda di Reale creante-creatura ( haqq – khalq ) e di Signore-servo: egli diviene alla fine il servo-signoriale ( ‘abd rabbânî ), rivestito cioè delle qualità del suo Signore. Queste speculazioni dei sufi ricordano certamente dei temi simili nella mistica cristiana. Anche nella visione cristiana l’essere umano è servo-immagine di Dio, incaricato della cura della sua creazione. Allo stesso modo le speculazioni dei sufi sull’idea dell’Uomo perfetto ( al-insân al-kâmil ) possono essere messe in parallelo con quelle dei mistici cristiani sulla ‘divinizzazione’ ( theopoiêsis-theiôsis ) dell’essere umano, con beninteso tutte le differenze provenienti dalle differenti visioni di fede. Nella visione cristiana infatti non si tratta solo di partecipazione alle qualità divine, ma alla vita divina stessa nella sua fonte eterna che è la Comunione trinitaria. Non c’è dubbio tuttavia che uno approfondito scambio fra tali visioni ed esperienze potrebbe risultare illuminante per tutte e due le tradizioni mistiche.
In conclusione, l’antropologia dei sufi musulmani e dei mistici cristiani può offrire ampi spazi per uno scambio, in cui si può realizzare una mutua comprensione ed arricchimento. In tale spazio un dialogo fra le due tradizioni spirituali non solo è possibile, ma altamente desiderabile e, senza dubbio, proficuo per tutti. Questi temi poi dovrebbero aprire ampi spazi per una collaborazione concreta, diretta a salvare l’uomo contemporaneo, come è stato detto, dal pericolo di una sua disgregazione totale e dalla sua caduta nel vuoto di valori che sembra condurlo, sotto la spinta dell’ideologia dell’attuale consumismo tecnologico, in una pericolosa robotizzazione a tutti i livelli. Appare quindi chiaro che la vera mistica in tutte le religioni ha come compito fondamentale quello di salvare e realizzare nel modo più vero e profondo proprio l’umanità stessa dell’uomo portandolo all’incontro con la sua Origine e il suo Fine: l’Assoluto stesso. attraverso le incognite dimensioni del cosmo.
L’essere umano è collocato in un universo che si estende e si amplifica verso dimensioni sempre più vaste e misteriose. E tuttavia è in esso e attraverso di esso che egli è chiamato a realizzare la sua perfezione, il suo cammino verso l’Assoluto. Anche questo punto può divenire un ampio e fecondo campo di scambio e dialogo fra le due tradizioni mistiche, cristiana e islamica. Ambedue le tradizioni infatti affermano che l’universo non può essere ridotto a ‘semplice materiale’ manipolabile a piacere dall’uomo: l’universo è invece lo spazio del cammino umano verso l’Assoluto.
La perdita del senso spirituale dell’universo.
Un maestro sufi contemporaneo, Sayyed Hossein Nasr, afferma che l’universo nella visione sufi ha due dimensioni o due aspetti fondamentali: uno mutevole ed uno permanente. L’aver dimenticato l’aspetto della permanenza di esso per concentrarsi solo sull’aspetto della mutabilità e della sperimentabilità empirica è stato, secondo S. Hossein Nasr, il grande sbaglio della scienza moderna. Questo fatto ha portato ad una visione secolarizzata dell’universo, alla distruzione della sua dimensione sacra, e come consequenza anche alla distruzione della dimensione sacra dell’uomo in esso situato, fino al punto di smarrirne completamente il senso. Infatti, avendo ridotto l’universo a ‘oggetto di uso e consumo’, come pura materia manipolabile a suo piacere, l’essere umano ha finito per ridurre anche se stesso a puro ‘oggetto di uso e consumo’ in balìa della tecnologica consumistica moderna. Di conseguenza si è avuta una caduta totale di valori, ed un concentrarsi solo sugli aspetti materiali e utilitaristici della natura che ha portato ad uno smodato sfruttamento delle sue risorse.
Le conseguenze di tale atteggiamento però si fanno sentire ormai al punto che anche i secolaristi cominciano ad accorgersi che occorre un progetto di sviluppo ‘più olistico e piu’ umano’, basato su di una visione totale ed integrale dell’universo, cioè di una visione olistica di esso e dell’essere umano in esso situato. Essi però, i secolaristi, negando il rapporto con il Trascendente hanno ormai perso la chiave di una lettura ‘spirituale’ della realtà. Per questo occorre ritornare a ciò che Hossein Nasr chiama la ‘scienza qualitativa’ delle grandi tradizioni religiose che da sempre hanno letto l’universo come l’essere relativo, mutevole, che deve essere necessariamente rapportato all’Assoluto permanente che lo sostiene. Il senso profondo infatti del relativo e contingente è di essere manifestazione dell’Assoluto e Necessario. Isolato in se stesso il relativo perde il suo senso vero ed il suo orientamento radicale, e cade nel non-senso, nel vuoto ontologico, che porta necessariamente ad un vuoto etico-morale. Questa è la malattia mortale da tempo denunciata dai più acuti analisti della situazione esistenziale dell’uomo nella modernità.