Centro Ambrosiano di documentazione per le religioni
Coordinatore della Sezione Islam:
Dott. Don Giampiero Alberti
islam@cadr.it
Introduzione
Verso gli anni ’90 il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, pensò che fosse ormai necessario un ambito pastorale di studio e riflessione in supporto alla Diocesi di Milano nell’incontro con i musulmani sempre più presenti tra noi. Sulla scia dei documenti del Vaticano II (Lumen Gentium – Nostra Aetate) e delle successive riflessioni del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso si diede inizio a questo lavoro. Dopo la preparazione di uno staff di esperti, furono fatti i primi passi verso una conoscenza approfondita della fede islamica (confronta storia della sezione), supportati da un confronto con chi già aveva fatto tale percorso o aveva esperienza, come i responsabili delle chiese cristiane del Medio Oriente e del Magreb.
Storia
Principali fatti che hanno caratterizzato la nostra storia (restano evidenziati il primo -il più importante- e l’ultimo, gli altri sono nell’archivio):
NOI E L’ISLAM, dall’accoglienza al dialogo Discorso di S.Em. Card. Carlo Maria Martini alla Chiesa ed alla Città di Milano, nella vigilia della festa di sant’Ambrogio, il 6 dicembre 1990.
FEDE CRISTIANA E VERSETTI CORANICI di Maurice Borrmans (da Etudes PISAI. ROMA) Traduzione di ALBERTI G.
In questi primi anni del terzo millennio, per quanto riguarda il rapporto sempre difficile tra cristiani e musulmani, saremmo “condannati alla paura o alla guerra”, come scriveva Louis Pouzet su questa stessa rivista (cfr. Etudes, settembre 1990), proponendo allora “alcuni paradossi” che sono ancora attuali? Dopo “l’orrore assoluto” dell’11 settembre 2001 e le operazioni militari che l’hanno seguito, in Afghanistan e poi in Irak, senza parlare del conflitto arabo-israeliano di cui non si intravede la fine, le società occidentali, anzi cristiane, conoscono una islamofobia che si sta generalizzando, e i popoli arabi e musulmani manifestano un anti-americanismo che mette in dubbio la modernità e la democrazia.
E tuttavia, cristiani e musulmani non sono chiamati, più che mai, a vivere insieme, al meglio delle possibilità concesse loro da un destino diverso, e a collaborare lealmente per il bene dei loro rispettivi paesi, in nome di una stessa fede in Dio che, pur differenziandoli, li avvicina?
Rifiutare lo “shock delle civiltà” che prevedeva Samuel L.Huntington, superare lo “shock delle ignoranze” che evocava Edward Said, liberarsi da un “analfabetismo religioso” che vede musulmani e cristiani troppo spesso dimentichi delle ricchezze dei loro rispettivi patrimoni spirituali, incoraggiare gli uni e gli altri a “competere nelle opere di bene” e a stimarsi in un “rispetto cocciuto”: ecco quelle che potrebbero essere le grandi linee di un dialogo interculturale che permetterebbe ad ognuno di scoprire le fonti di energia cui attingono i propri partner, per farne delle certezze di fede e delle ragioni di speranza.
Cristiani e musulmani non devono allora interrogarsi sul contenuto del Libro che “gli altri” leggono, commentano e meditano, per trovarvi ciò che può unirli nella loro reciproca diversità? Leggendo il Corano dei musulmani, il cristiano scopre con stupore che il testo riprende parecchie cose del mondo dell’Antico Testamento: potrebbe trattarsi di una meravigliosa parafrasi araba della Biblia, o di un commento sui generis di tipo midrashico?
Parentela innegabile, subito però contestata da un insieme di versetti contraddittori che inducono il lettore a riflettere sui molteplici paradossi che emergono da questo curioso confronto. Senza rinunciare alle esigenze della critica storica e delle scienze esegetiche, cui sia la Bibbia che il Corano devono sottomettersi, e senza ignorare le conclusioni cui esse giungono a proposito dell’autenticità dei testi o delle interpretazioni, il credente deve comunque e innanzitutto rispettare il Libro dell’altro come unica fonte, per lui, della verità e dei valori che rappresentano un viatico spirituale per la sua esistenza umana e il suo destino nell’eternità.
E’ in questo senso che qui vorremmo interrogarci su dei paradossi che il cristiano scopre nel corso della sua lettura e meditazione di certi versetti coranici. In questo modo, il cristiano potrebbe percepire dall’interno alcuni aspetti dell’esperienza spirituale dei suoi amici musulmani, offrendo loro una ospitalità generosa, garante di una certa connnaturalità religiosa nel seno di una differenza essenziale per quanto riguarda la rivelazione del mistero stesso di Dio.
Dio, vicino e lontano
E’una sorpresa per i credenti, quando leggono il primo capitolo del Corano, questa sura iniziale (al-Fatiha) che è divenuta la preghiera comune di tutti i musulmani, e che il cristiano non ha problemi a fare sua nei primi versetti: “Lode a Dio, Signore dei Mondi, il Tutto Misericordia, il Misericordioso, Signore del Giorno del Giudizio! Noi adoriamo Te, Te di cui imploriamo l’aiuto!” Insieme agli ebrei, i cristiani sono allora rimandati al primo salmo, soprattutto quando continuano e leggono: “Guidaci nella Retta Via”, poiché sanno che “Beato l’uomo che si compiace nella legge di Jahvé”.
Forse che non sono tutti alla ricerca di una Retta Via che nella sottomissione o nell’amore, li conduca ad essere vicini a quel Dio che sembra loro lontano, mentre lo invocano e lo supplicano, tanto più che sanno che è “la Via di coloro che colmi dei tuoi benefici”? E i mistici dell’islam, non considerano forse tutti questa vicinanza (qurb) come l’ultima tappa del loro cammino spirituale?
Ma ecco che queste vie sembrano divergere. Il primo salmo parla anche della “via degli empi, che sono come la pula portata via dal vento”, mentre la Fatiha esclude, in conclusione, “coloro che sono oggetto della collera (divina) e che si sono perduti” (si tratta forse degli ebrei e dei cristiani come suggeriscono certi commentatori?).
Strane convergenze possibili e curiose divergenze: sia da una parte che dall’altra, i migliori si interrogano sempre più sulle teologie esclusiviste o inclusiviste. Come tollerare o accogliere senza escludere o rifiutare? E’ un invito, rivolto a tutti, ad allargare lo spazio della Via o a fare in modo che le Vie si congiungano finalmente all’ingresso di un Regno intravisto, il malakut di quel Signore che sarà giudice prima di essere Colui che “è soddisfatto degli uomini e che li soddisfa” tutti nello stesso tempo.
Versetti coranici e salmi biblici sembrano così farsi l’eco di una comune meditazione semplicemente “religiosa” di fronte alle meraviglie della creazione, l’umile condizione dell’essere umano e la provvidenza onnipresente del Signore dei Mondi. Il cristiano che ogni giorno prega il suo Signore per mezzo dei salmi d’Israele non si trova dunque assolutamente spaesato di fronte a un buon numero di sure del Corano.
Potrebbe egli non stupirsi alla lettura di quella del Rahman (il Tutto Misericordia), che trova così simile al Cantico delle Creature di S. Francesco? “Sì- vi si legge – Egli ha creato l’uomo… Il sole e la luna sono sottomessi a un ciclo. Le erbe e gli alberi si prosternano. Il cielo, l’ha innalzato … la terra, l’ha fatta per l’umanità. Vi si trovano frutti, palme che portano spadici, i chicchi dalle foglie avvolgenti e le piante aromatiche” (55,3-12).
E una domanda, rivolta agli umani e ai jinn , ricorda, come un ritornello degno di un salmo, che tutti sono invitati all’azione di grazie (shukr): “Quale dunque dei benefici del Signore vostro negherete?” Tutti i “segni” (ayat) del mondo creato non sono forse miracoli che testimoniano della magnificenza di Colui che “ogni giorno è occupato in un’opera” (55,29)? Per il cristiano il Corano si avvicina spesso ai salmi e ai libri sapienziali dell’ Antico Testamento, e addirittura ripete certe diatribe dei profeti d’Israele con- tro gli idoli delle nazioni che non sono “né utili, né nocivi” per gli uomini.
Musulmani, ebrei e cristiani hanno probabilmente molto da dirsi su quanto riguarda l’evento fondatore della creazione, l’intenzione primordiale che l’ha realizzata e la visione finale che essa implica, poiché si tratta della storia degli uomini e della gloria di Dio. E’ proprio in questo senso, d’altra parte, che si sono recentemente moltiplicati i colloqui cristiano-islamici a proposito del rispetto della natura, dell’uomo e del cosmo, e quindi a proposito delle esigenze di un equilibrio ecologico da ritrovare e di una bioetica umana rispettosa della vita.
Tutti figli di Adamo
Anche se il doppio racconto della creazione che apre il testo biblico non ha nel Corano che pochi riferimenti sparsi qua e là, tuttavia quest’ultimo, così come il primo, insiste nello stesso modo sulla creazione di Adamo. Il primo uomo è stato fatto con la terra, “creato da un’argilla presa da una fanghiglia malleabile” (15,26), ma Dio dice, nello stesso tempo: “ho infuso in lui il Mio spirito (ruh)”; umiltà delle sue origini e armonia del suo aspetto – poiché, aggiunge il testo coranico “Abbiamo creato l’uomo con la sua più bella figura” (95,4) – sono temi che teologi e mistici hanno a lungo meditato, sia nell’ambito cristiano che in quello islamico.
La Bibbia e il Corano sembrano così incontrarsi, tanto più che Adamo è il padre del genere umano. Cristiani e musulmani avrebbero dunque, insieme agli ebrei, una stessa antropologia, segnata dallo stesso disegno divino? Tutti, in effetti, scoprono nelle loro Scritture che Adamo, loro modello e loro padre, si rivela debole e volubile, impaziente e litigioso, refrattario alla legge e ingrato verso il suo Signore (14,34; 33, 72, 70, 19), mentre si vede da Lui innalzato a una dignità senza uguali in mezzo alle altre creature che sono tutte mobilitate (taskhir) al suo servizio (14,32-34, 16, 112-14; 45,13).
Curioso destino, dunque, quello che il Corano e la Bibbia assegnano all’essere umano: “essere benedetto” tra tutte le creature! “Abbiamo certo onorato i figli di Adamo, dice il Corano, li abbiamo posti molto più in alto di molti degli esseri che abbiamo creato” (17,70). Impossibile non trovarvi, come un’eco, ciò che dice il salmista rivolgendosi a Jahvé: “Che cosa mai è l’uomo perché di lui ti ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Tu lo hai reso poco meno di un dio” (Salmo 8,5-6).
Suprema dignità dell’uomo che, ben presto, musulmani e cristiani commentano e precisano andando in due direzioni più o meno opposte. Per i musulmani, è Dio che ha proposto all’uomo il pegno della fede (al-amana) (33,72), che egli ha accettato, è Dio che ha “insegnato ad Adamo tutti i nomi” (2,31) e che ha fatto di lui il suo rappresentante (khalifa, califfo) sulla terra: dignità, certo, ma semplicemente umana, che non potrebbe assolutamente attentare all’unica e universale grandezza del Signore dei Mondi.
Per i cristiani, è “l’uomo che ha dato dei nomi” a tutte le creature (Gn 1,28); ed è a lui e a Eva che Dio dice: “Riempite la terra e soggiogatela” (Gn 1,28); è sempre con l’uomo che Dio stringe le successive alleanze nel corso della Storia; e infine lo destina a un’adozione filiale, rivelandoglisi, per mezzo di Gesù Cristo, come un Padre “che ci ha predestinati ad essere figli adottivi per mezzo di Gesù Cristo” (Ef 1,5).
Però tutti i monoteisti affermano, unanimemente, che l’uomo è “oggetto e soggetto di diritto”, e possono così, insieme a molti altri, fondare una filosofia e una teologia dei diritti dell’uomo che trascendano le ideologie e le culture. Numerosi sono stati gli incontri tra cristiani e musulmani al fine di precisarne il contenuto e individuarne le implicazioni, malgrado le divergenze che rimangono a volte insormontabili: i cristiani parlano di una “legge naturale” che Dio mette nel cuore di ogni uomo, mentre i musulmani di una “legge positiva divina” (la Shari’a), la quale, sia secondo i riformisti che gli integralisti, è valida per tutti “i figli di Adamo”.
Doppia differenza fondamentale che separa in parte le antropologie cristiana e musulmana: per i discepoli di Gesù, “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò” (Gn 1,27), mentre per i credenti dell’islam, secondo un hadith, “Allah creò Adamo secondo l’immagine” che se ne era fatta nel suo progetto creatore, niente di più; il Corano infatti ripete instancabilmente che “niente gli è simile” (laysa ka-mithli-hi shay’), poiché Allah è il “Tutto Altro”.
Solamente la tradizione ebraico-cristiana ha sviluppato, in filosofia, le molteplici implicazioni di questa “analogia dell’essere” cui ognuno partecipa in gradi diversi; resta così coerente con la propria fede nell’incarnazione del Verbo di Dio: Gesù è infatti, per i cristiani, “l’immagine del Dio invisibile, il Primogenito di tutte le creature” (Col 1,15), manifestazione di Dio piena e perfetta.
Discendenti di Abramo
La storia religiosa dell’umanità presenta, sia nella Bibbia che nel Corano, numerosi aspetti simili. Rimane, alle origini, il mistero di quella promozione eccezionale di Adamo davanti al quale – molti sono i passaggi che lo raccontano – gli Angeli furono invitati a prosternarsi; ma Satana e i suoi si rifiutarono, divenendo così i nemici dichiarati della specie umana. Il peccato originale di Adamo (secondo i cristiani) o la sua distrazione criminale (secondo i musulmani) non suggeriscono forse che ogni uomo è chiamato a pronunciarsi tra il bene e il male?
Perché sarebbe egli maggiormente portato alla disobbedienza e alla ribellione? E’ l’aspetto drammatico di una condizione umana che la storia dei profeti illustra lungo i secoli. Il testo coranico si fa così l’eco, in forma semplificata, di un’avventura ciclica che vede Dio inviare i suoi messaggeri a dei popoli che, nella stragrande maggioranza ne rifiutano l’annuncio, mentre un piccolo numero obbedisce e raggiunge la salvezza o il successo. L’Antico Testamento, incentrato sulla storia d’Israele, non ne sarebbe forse il modello esemplare? Emerge allora l’immagine di un Dio fedele e perseverante, “che parla agli uomini” e desidera inviare loro un messaggio o il suo proprio Verbo!
Lo spazio ci manca qui per prendere in esame i racconti concordanti e le note discordanti che si scoprono, da entrambe le parti, nelle storie di Noé, di Abramo, di Giuseppe, di Mosè. di Davide e di molti altri. Ci sia tuttavia consentito di evocarne succintamente alcuni aspetti paradossali. Abramo, che il cristiano, insieme a san Paolo, ritiene il testimone della fede pura alla ricerca della terra promessa e il depositario delle promesse e dell’alleanza, poiché era pronto a sacrificare il suo unico figlio, Isacco, è presentato dal Corano come il primo monoteista, “musulmano sottomesso” a Dio e spregiatore degli idoli, dopo aver accettato di offrirgli un figlio che i musulmani dicono chiamarsi Ismaele.
Come dichiara il documento conciliare Nostra Aetate, i musulmani “professano di avere Abramo come modello per la loro sottomissione (islam) a Dio”, mentre i cristiani si interrogano sui veri destinatari delle promesse divine. Strano patrimonio spirituale che sembra loro essere comune e che, tuttavia, appare loro sempre più divergente, poiché, secondo il Corano, Abramo avrebbe costruito insieme a questo figlio la Ka’ba della Mecca, divenuta il punto di riferimento (qibla) della preghiera dei musulmani, alcuni mesi dopo l’emigrazione di Maometto a Yathrib/Medina!
In quale misura allora i musulmani, giudei e cristiani possono dirsi tutti “figli di Abramo”? E che dire del Mosé coranico, il più importante dei profeti, che prima predica il monoteismo al Faraone e al suo popolo, e poi moltiplica le piaghe d’Egitto (tranne l’ultima, che il Corano ignora, mentre essa è all’origine della Pasqua dei Giudei) e conduce infine il suo popolo verso una nuova terra, ignorando la promulgazione dei dieci comandamenti e l’alleanza del Sinai?
Anche qui, racconti concordanti e note dissonanti non possono che lasciare perplessi coloro che sognano un “ecumenismo dei Popoli del Libro”. Non è ambigua, questa espressione? Poiché è evidente che musulmani, giudei e cristiani non hanno in comune lo stesso libro: quello dei primi è il Corano, quello dei secondi è la Torah e quello degli ultimi è l’Antico Testamento, interpretato alla luce del Nuovo Testamento. Paradossale dunque l’espressione “Popoli del Libro”, la quale, nel testo coranico, indica solamente i giudei e i cristiani!
Gesù e sua Madre
Il cristiano non potrebbe tuttavia rimanere insensibile a tutto ciò che il Corano dice di Gesù, il Messia, e di Maria, sua madre. Essa è l’unica donna di cui il Corano cita più volte il nome e canta le lodi. Sono curiose convergenze questi versetti dell’Ave Maria dell’islam: “Quando gli Angeli dissero: O Maria! Allah ti ha scelta, ti ha purificata e ti ha scelta preferendoti a tutte le donne dei Mondi! O Maria, sii in atteggiamento di preghiera davanti al tuo Signore. Prosternati e inchinati con coloro che si inchinano” (3,42-43).
Perché la tradizione musulmana ne relativizza il carattere assoluto, esaltando Maria solamente nei confronti delle donne della sua generazione e affiancandole, man mano, Khadija, ‘A’isha e Fatima? E tuttavia, il Corano dice molte cose meravigliose di Maria, madre verginale di Gesù e credente esemplare, “figlia di ‘Imran, che si mantenne vergine, così che in lei infondemmo il Nostro spirito, in lei che dichiarò veri le parole e i libri del suo Signore e fu tra coloro che pregano” (66,12). Protetta dalle tentazioni sataniche grazie alla preghiera di sua madre, non è essa unita due volte a suo figlio, e proclamata “segno per i mondi” (21,91; 23,50)?
E i racconti coranici dell’Annunciazione e della Natività non riprendono forse, a modo loro, certi passaggi dei nostri vangeli, canonici o apocrifi? E non è la stessa cosa per Gesù e per i suoi miracoli? Che si tratti di imprecisione dei termini oppure di divergenza delle interpretazioni, Gesù (‘Isa in arabo musulmano e Yasu’ in arabo cristiano) sembra essere, sia per gli uni che per gli altri, un personaggio doppio che è difficile ricondurre all’unità.
Nato dalla “parola creatrice” che Dio pronuncia per renderne feconda Maria, sua madre, è in stretta relazione con quello Spirito di santità (Ruh al-qudus) che la tradizione musulmana confonde con l’arcangelo Gabriele. E il cristiano continua a interrogarsi sulla missione di questa figura eccezionale che è lo ‘Isa coranico, cui viene negata ogni intimità con Dio (“Empi sono coloro che sostengono che Dio è il Messia, figlio di Maria”, 5,72), la morte redentrice sulla croce (“Non l’hanno ucciso, non l’hanno crocifisso, è solo loro sembrato così”, 4,157) e persino qualsiasi conoscenza del mistero divino (“Tu sai ciò che è in me, disse ‘Isa ad Allah, e io non so ciò che è in te”, 5,116).
Che cosa pensare allora di questo strano interesse di Maometto per Gesù e sua madre, e del suo rifiuto di riconoscere a Gesù ciò che ne afferma la fede cristiana, rifiuto che è divenuto sempre più deciso nel corso della storia musulmana? I misteri della Trinità, dell’Incarnazione e della Redenzione sono, esplicitamente o implicitamente, criticati, rifiutati e condannati nel nome di un monoteismo intransigente che ha una sua grandezza e che riconosce solo una teologia apofatica.
E tuttavia sono presenti i termini che potrebbero, paradossalmente, essere presi in considerazione in modo più positivo! Il “Tutto Misericordia” (al-Rahman) non è, nel Corano, un nome proprio di Dio in cui si intravede il suo affetto paterno? La “Parola” (kalima), che fu – si dice – deposta in Maria, non avrebbe alcun legame con il Verbo eterno? E quello “Spirito” (Ruh) da cui Gesù procede e da cui è confermato, non sarebbe quello Spirito Santo di cui i Vangeli celebrano gli interventi nella storia della salvezza?
Mistero delle interpretazioni sempre più divergenti tra musulmani e cristiani su una terminologia che sembra appartenere ad entrambi. Resta comunque vero che questo Gesù rimane per tutti un mistero e che, al di là di ciò che il Corano afferma o rifiuta di lui, vi è lo spazio per una ricerca sull’importanza del suo messaggio e la sublimità delle sue virtù. Romanzieri e poeti musulmani contemporanei hanno cercato di approfondire il discorso in questo senso.
Insieme, cristiani e musulmani
I difficili rapporti tra i discepoli di Gesù e i fedeli dell’islam dipenderebbero particolarmente da questi profondi malintesi su una storia santa i cui personaggi assumono dei profili contrastanti e di cui l’islam sarebbe il punto finale e perfetto? E’ vero che i cristiani del Corano (non sarebbero che “Nazareni”?) sono presentati con simpatia e le loro virtù sono esaltate: “Troverai certo che gli uomini più vicini ai credenti per amicizia sono quelli che dicono ‘Sì, noi siamo cristiani!’, e ciò perché vi sono fra loro sacerdoti e monaci, e perché non si gonfiano d’orgoglio” (5,82), mentre i giudei e i politeisti non dimostrerebbero che inimicizia verso i musulmani.
Ed è vero che questo monachesimo (rahbaniyya) dei cristiani è molto apprezzato dal Corano: Dio non ha forse messo, “nel cuore di coloro che hanno seguito Gesù, compassione, misericordia e vita monastica” (57,27), anche se molti vi vedono non un ordine divino, ma una innovazione cristiana dovuta a buone intenzioni? E il magnifico versetto su Dio è descritto come “luce dei cieli e della terra… luce su luce” (24,35), luce paragonata a quella delle lampade dei santuari, non è forse la meravigliosa espressione di ciò che si scopre nei luoghi, eremitaggi o conventi, “in cui degli uomini celebrano le lodi di Dio all’alba e al crepuscolo senza che nessuna attività o commercio li distraggano dal ricordare Dio” (24,36)?
Come non pensare allora con gioia alla possibilità di un’amicizia tra musulmani e cristiani, se questi ultimi vivono integralmente il loro ideale evangelico? Eppure, altri versetti allontanano i musulmani da queste relazioni amichevoli e, di conseguenza, lasciano i cristiani perplessi in merito al desiderio di tutti di “vivere insieme”. “Voi che credete, – vi si legge – non prendete i giudei e i cristiani come alleati; sono alleati tra di loro. Chiunque, fra di voi, li prenderà come alleati, sarà dei loro” (5,51), poiché “scherniscono la vostra religione” (5,57).
Tanto più che altrove si dice: “Combattete… coloro che, fra i Popoli del Libro, non praticano la vera religione, finché non pagheranno personalmente il tributo dell’umiliazione” (9,29). Non è forse prendendo lo spunto da questo versetto che i giuristi dell’islam hanno elaborato lo statuto di dhimmitude per le minoranze non musulmane che vivono sulle terre dell’islam? E allora, come riannodare delle relazioni positive tra gli uni e gli altri? Forse rileggendo insieme e reinterpretando in modo meno rigido alcuni versetti, a vantaggio di un pluralismo rispettoso, se non proprio amichevole.
Poiché è anche detto: “Vi abbiamo costituiti in popoli e in tribù affinché vi conosciate fra di voi” (49,13) e: “Se Dio l’avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità. Ma non l’ha fatto, per mettervi alla prova per mezzo di questo dono che vi ha concesso. Fatevi dunque concorrenza nelle buone azioni” (5,48). E lo stesso discorso vale anche per quanto riguarda il destino ultimo che Dio riserva alle sue creature. Cristiani e musulmani credono in una resurrezione dei corpi e in un giudizio universale in cui Dio sarà nello stesso tempo giudice e misericordioso; ma il paradosso, qui, vuole che se ne facciano delle rappresentazioni contrastanti.
Il Corano abbonda di descrizioni apocalittiche del grande terremoto in cui “la terra restituirà i suoi morti” (99,2) e fonda la fede dei musulmani nella resurrezione sulla potenza sempre creatrice dell’Onnipotente. Il Vangelo ricorda ai cristiani che tutto si basa sulla vittoria sul peccato e sulla morte che è la risurrezione di Cristo stesso, “il primo nato tra i morti” (Col 1,18) e dunque del Regno che viene, di cui sappiamo che è completamente altro rispetto a questa “prima vita”.
Perciò i cristiani si sentono dire: “Risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo è assiso alla destra di Dio” (Col 3,2). Convinzioni comuni, dunque, termini simili o analoghi, e tuttavia visioni molto diverse quando si tratta di paragonare quella “vita eterna” che attende musulmani e cristiani, insieme a tutti gli altri uomini. Ma alcuni versetti coranici sembrano voler rassicurare gli uni e gli altri, poiché dicono: “Coloro che credono, coloro che praticano il giudaismo, coloro che sono cristiani o sabei, coloro che credono in Dio e all’ultimo giorno e che operano il bene sono quelli che troveranno la loro ricompensa presso il loro Signore. Non avranno allora più paura, non saranno afflitti” (2, 3; 3, 19).
Perché questa “apertura di spirito” del testo dovrebbe essere abolita da un versetto successivo in cui Allah dichiara: “Oggi… gradisco l’Islam come vostra religione” (5, 3; 3, 19), mentre l’ islam qui evocato potrebbe essere applicato a tutti i credenti che si sono “sottomessi” a Dio, a qualsiasi tradizione religiosa appartengano? Il successo (falah o fawz) dei musulmani e la salvezza (khalas) dei cristiani non sono forse alla portata di ogni uomo sincero nella sua fede? Tanto più che il Corano, come la Biblia, insiste molto sulla fede e le opere, entrambe necessarie per ottenere quella “soddisfazione” (ridwan) da parte di Dio che potrebbe avere una certa analogia con la “grazia” (ni’ma) che sperano i cristiani.
Per di più, esiste un hadith sacro (qudsi) che propone ai musulmani di superare qualsiasi descrizione sensibile del paradiso e che riporta stranamente un testo di San Paolo (1Co 2, 9), in cui Dio dice: “Ho preparato per i miei buoni servitori ciò che occhio non ha mai visto, ciò che orecchio non ha mai udito e ciò che mai fu pensato nel cuore dell’essere umano”. Musulmani, giudei e cristiani non possono che essere d’accordo su questo stesso disegno divino!
Sono innumerevoli paradossi, queste letture che passano costantemente dal Corano alla Bibbia e fanno emergere, da questo incrociarsi, mille connivenze in cui le parole, i segni e i simboli sembrano corrispondersi a meraviglia. E’ possibile ai musulmani fare una lettura islamica della Bibbia e ai cristiani tentare un approccio cristiano del Corano? Senza che gli uni o gli altri vogliano vedervi una volontà di annessione o un pretesto per polemizzare, non si potrebbero trovare forme complementari di una ricerca comune dell’unica Verità che illumina ogni uomo che viene in questo mondo, e che si riflette in forme diverse nelle molteplici tradizioni religiose?
Da parte sua, il discepolo di Gesù, rispettoso della religione dei suoi amici musulmani, ha il dovere di interrogare il Libro che li nutre nella grande varietà dei suoi commenti, per capire meglio quali sono le energie che essi vi attingono allo scopo di dare un “senso” alla loro vita e alla loro morte. E’ proprio questo che abbiamo maldestramente tentato di fare evidenziando alcuni parallelismi tra versetti coranici e testi biblici.
Musulmani e cristiani non hanno forse un vocabolario comune nel campo della vita religiosa e dell’esperienza spirituale? Consapevoli delle interpretazioni diverse in seguito a degli sviluppi divergenti, non è loro proibito di privilegiare quelle che avvicinerebbero di più nella ricerca delle vie ascetiche e mistiche che le loro rispettive tradizioni hanno conosciuto. Tutto ciò che è accolto come “parola di Dio” da coloro che da Dio attendono un messaggio è infinitamente degno di rispetto e merita, qualunque ne sia l’autenticità, di essere positivamente meditato, soprattutto quando questa parola si rivela a volte così vicina e, nello stesso tempo, così lontana da quella che Gesù ha rivolto ai suoi.
Ragione di più per dialogare fino al punto in cui ciascuno possa attingere le energie di cui ha bisogno per compiere la sua missione di “califfo del creatore”, se è musulmano, o la sua vocazione di figlio di Dio, Padre di tutti, se è cristiano.