Il Manicheismo

Come si forma la “visione del mondo” manichea, la visione di Mani che ne è il fondatore? Rispondere a questa domanda, che ha fatto versare fiumi d’inchiostro, è oggi ragionevolmente possibile nella misura in cui il cosidetto Codice manicheo di Colonia, scoperto nel 1969 in Egitto, ci offre una biografia attendibile di Mani risalente forse al V secolo. Mani, nato nel 216 d.C. in una località della Babilonia settentrionale, iniziò, a partire dal 240, la sua predicazione che lo porterà in India e, al suo ritorno, alla corte del re dei Persiani Sabuhr I (240-272), il sovrano che umiliò ben tre imperatori romani (Gordiano III, Filippo l’Arabo, Valeriano), e dal quale Mani ottenne consenso e protezione. Grazie a ciò la “Chiesa” manichea poté svilupparsi e diffondersi. Mani inviò missionari in Siria, Egitto, Battriana, Armenia, Palmira. “Ma quanto alla mia speranza”, affermerà, “essa andrà verso Occidente e andrà pure verso Oriente. E si udirà la voce del suo messaggio in tutte le lingue, e lo si annuncerà in tutte le città. La mia Chiesa è superiore su questo punto alle Chiese precedenti, poiché queste Chiese precedenti erano elette in paesi singoli e in singole città. Ma quanto alla mia Chiesa, essa si diffonderà in tutte le città, e il mio Vangelo raggiungerà ogni paese”.
Un “Vangelo” universale quello di Mani che porterà l’autore, in un destino paragonato dai suoi discepoli a quello di Cristo, alla ostilità dei sacerdoti zoroastriani e alla prigionia ad opera del re Wahram I (273-277). Sotto il peso delle catene morirà, nel 277, all’età di sessant’anni. Grazie al Codice di Colonia, di cui è disponibile ora, dopo quella inglese, una traduzione italiana (parziale) nel volume Il manicheismo edito dalla Fondazione Lorenzo Valla, siamo in grado di penetrare nella formazione di Mani, quel periodo dai quattro ai ventiquattro anni da lui trascorso presso una comunità di Battisti giudeo-cristiani che si rifacevano all’insegnamento di un maestro di nome Elchasai. La scoperta dell’inserimento di Mani in questo ambiente è di grande importanza perché, come scrive la Sfameni Gasparro, “ha contribuito in maniera decisiva ad orientare la ricerca sulla dimensione giudeo-cristiana del fenomeno manicheo nel suo complesso”. Il Mani-Codex dell’Università di Colonia ridimensiona cioè gli altri filoni interpretativi sulla genesi del manicheismo – quelli “orientali” buddhistico-iranici (F.C. Baur, R. Reitzenstein) – i quali mantengono la loro validità ma solo in via subordinata. Esso, e non è una conseguenza marginale, restituisce piena validità alla testimonianza di Agostino sul manicheismo dopo che questa, a partire dal lavoro di Isaac de Beausobre, Histoire critique de Manichée et du Manichéisme (Amsterdam 1734-1739), era stata decisamente contestata.
Consente, inoltre, di comprendere quell’affermazione, a prima vista sorprendente: “Io, Mani, apostolo di Gesù Cristo”, così come le numerose altre in cui Mani si dichiara manifestazione del Paraclito, sino al punto da identificarsi con lo Spirito di Verità e, quindi, con la pienezza della Rivelazione. Affermazioni che non sorgono semplicemente, come si è spesso affermato in passato, dal disegno di adattamento ad ambienti cristiani, quanto piuttosto dalla trasposizione della dottrina cristiana in un registro manifestamente gnostico. Come osserva A. Böhlig: “Nella sua giovinezza e per il tramite dei suoi predecessori Mani naturalmente ha avuto modo di conoscere varie correnti religiose; giudeo-cristianesimo di marca gnostica era l’ambiente della sua fanciulleza; idee iraniche possono essere state trasmesse a lui in virtù della sua discendenza. Il mondo del buddhismo fu da lui incontrato nell’est dell’Iran e in India, durante i suoi viaggi. Forse il suo dualismo radicale fu influenzato da idee iraniche. Tuttavia la tendenza basilare del mito, che esprime la spinta centrale della sua credenza, è un cristianesimo gnostico che rappresenta in ampia prospettiva il cammino del Figlio di Dio variamente incarnato come creatore e redentore, al fine di essere, mediante la sua gnosi e le conseguenze che ne derivano, presentato al Padre”. Questo cristianesimo gnostico prende forma, in Mani, non solo attraverso il suo far parte della “comunità giudeo-cristiana tendenzialmente gnostica della tradizione elchasaita” che si trovava in Babilonia, ma anche attraverso una radicalizzazione che lo porta al distacco da essa. La rottura avviene sul metodo della purificazione. Per la comunità dei Battisti questo richiede un “battesimo” continuo, quotidiano, dei corpi e degli alimenti. Per Mani, al contrario, l’unica purificazione possibile si ottiene mediante la Gnosi: “Il battesimo col quale purificate i vostri cibi non serve a nulla; questo corpo infatti è impuro e fu plasmato da una creazione impura. La purificazione, dunque, riguardo alla quale sta scritto, è quella che avviene mediante la Gnosi: la separazione della Luce dalla Tenebra, della Morte dalla Vita, delle Acque vive dalle Acque torbide”.
Nasce così il manicheismo. Nasce come religione della “separazione”, come conoscenza (gnosi) della salvezza attraverso la distinzione tra il puro e l’impuro. Due dogmi sono al centro della cosmo-teologia manichea: quello dei “Due Principî” e quello dei “Tre Tempi”. Per il primo, Bene e Male, la Luce e le Tenebre, lo Spirito e la Materia, sono due Sostanze antagoniste e irriducibili. Un dualismo che rivela l’eco dello zoroastrismo ma anche, probabilmente, di Marcione. Per il secondo dogma il dualismo tra i due Principî vale all’inizio e alla fine del mondo ma non durante il periodo “mediano” in cui essi s’intrecciano in una mescolanza che dà luogo alla condizione presente dell’esistenza. Il nostro mondo è “Mescolanza”, mistura di bene e di male secondo un legame che “incatena” l’anima al corpo e le impedisce la memoria delle sue origini divine. Questa “caduta” dell’anima nel mondo non è che un momento di quella lotta cosmica tra il Regno della Luce e il Regno della materia che vede all’inizio l'”Uomo Primevo”, personificazione del Padre, cadere in pasto dei demoni che ne divorano l’anima. La Materia inghiotte in tal modo una parte dell’anima divina: è l’Anima del mondo che, trattenuta ovunque – nelle piante, negli animali, nel corpo umano – geme della sua prigionia anelando il ritorno al Regno di Luce. Se così è, il manicheismo può apparire come “religione di salvezza” nella misura in cui, liberando l’anima dai suoi lacci, consente il ritorno alla dualità originaria, all’assoluta separazione tra i due mondi. La salvezza è “”rigenerazione”, “rinascita”, nel senso che consiste, per lo Spirituale, nel “raccogliere” (syllegein) la propria sostanza luminosa e divina, nel recuperare il suo vero io, nel tornare al suo essere e al luogo primitivo”. La salvezza è nella “raccolta” della sostanza luminosa celata e sepolta nel corpo del mondo, nella “restaurazione” del divino disperso, dis-unito, nel ritorno alla dualità originaria. In questa salvezza anche Gesù, il “Nous divino”, svolge un suo ruolo. Un ruolo che Mani, “apostolo di Gesù Cristo”, si propone di portare a compimento.

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