Le lamine di Mnemosyne
Le cosiddette lamine d’oro “orfiche” sono tra i piĂą affascinanti documenti che squarciano il velo del mistero sulla religiositĂ esoterica del mondo antico. Si tratta di sottili placchette d’oro (finora ne sono state rinvenute ventitrĂ©), datate tra il V sec. a. C. e il III d.C., e poste, ripiegate piĂą volte su se stesse o arrotolate, all’interno di tombe, in aree geografiche distanti e culturalmente diverse: si va dalla Magna Grecia(Hipponion, Petelia, Thurii), a Creta, alla Tessaglia.Sulle lamine sono incisi dei testi, di vario tipo, ma che si configurano come “istruzioni per l’aldilà ”, destinate a guidare nel suo itinerario oltremondano l’anima dell’iniziato. Questi singolari documenti possono essere definiti veri e propri
symbola, nell’accezione originaria del termine: strumenti di riconoscimento doppio, tra iniziati ad uno stesso culto etra gli iniziati e le divinità custodi dell’oltretomba. (vedi box)L’usanza di collocare nelle tombe amuleti d’oro inscritti è molto antica, e se ne può rintracciare l’origine in ambito fenicio-punico: in vari contesti funerari di VII-V secolo a.C., a Cartagine e in Sardegna, sono stati rinvenuti amuleti d’oro inscritti con formule profilattiche e apotropaiche. Ma le lamine di cui ci occupiamo travalicano la riduttiva categoria degli
amuleti : la funzione protettiva qui è in secondo piano, rispetto alla dimensione escatologica che trapela dai testi incisi su di esse. Questi testi sono genericamente ricondotti alle dottrine orfiche, ovvero quel complesso ditesti e poemi filosofico-religiosi che sono stati tramandati sotto il nome di Orfeo, il mitico cantore e vate di origine tracia. Ma il termine “orfismo” trascina con sé un carico di vaghezza e genericità , e meriterebbe una trattazione a parte. In questa sede, chi scrive preferisce classificarle come “documenti iniziatici”, legati a dottrine misteriche, in cui è rintracciabile un elemento comune: la speranza di ottenere, grazie all’iniziazione (in greco“muesis” ) la salvezza da ulteriori esperienze esistenziali, inevitabilmente dolorose, e di raggiungere uno stato di beatitudine perenne. Fin qui, nulla di particolarmente originale rispetto al complesso delle religioni soteriche che alimentano il desiderio di una vita ultraterrena .Ciò che rende, però, interessanti questi documenti, è la loro allusività , il carattere enigmatico, inteso come percorso e sfida dell’intelletto: un intelletto che non procede con le categorie aristoteliche che hanno plasmato il pensiero occidentale, un intelletto che definiremmo “arcaico”, religioso, dove la conoscenza si conquista a-logicamente, con una dialettica che non si è svincolata dal sacro. E soprattutto, con connotazioni incredibilmente moderne, come si vedrà .
Il reperto più antico, tra le lamine qui considerate, è quello rinvenuto nel 1969 in una tomba dell’antica Hipponion, l’attuale Vibo Valentia, colonia fondata da Locri Epizefiri sulla sponda del mar Tirreno. Il corredo funebre e i caratteri
del testo sembrano datare il contesto tra la fine del V e l’inizio del IV secolo a.C. La laminetta era ripiegata quattro volte orizzontalmente e una verticalmente e fu rinvenuta alla sommitĂ dello sterno nello scheletro adagiato. Due dettagli si rivelano interessanti: il defunto era di sesso femminile e, nella mano sinistra, recava una piccola lucerna. Il testo inciso sulla lamina – il piĂą lungo finora rinvenuto – recita così:
Questa è opera di Mnemosyne, quando si è sul punto di morire. Verso le case ben costruite di Ade, sulla destra c’è una fonte e. vicino ad essa, eretto, un bianco cipresso.00
Qui discendono le anime dei morti e si rinfrescano. A questa fonte non accostarti neppure. Ma più avanti troverai la fresca acqua che scorre dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi i custodi, ed essi ti chiederanno, con mente accorta, perché mai esplori la tenebra dell’Ade caliginoso. Di’: “Sono figlio della Terra e del Cielo stellato,di sete sono arso e mi sento morire; ma datemi subito da bere la fredda acqua che viene dal lago di Mnemosyne”.E certo essi si consulteranno col sovrano degli Inferi,e ti daranno da bere dal lago di Mnemosyne. E anche tu, avendo bevuto, andrai per la via sacra su cui anche gli altri iniziati e bacchoi procedono gloriosi.
La lamina, con ogni probabilità , era stata inserita nella bocca della defunta: la successiva degenerazione dei tessuti molli ha poi fatto precipitare il reperto all’altezza dello sterno. Questa pratica ha analogia con quella cosiddetta dell’obolo di Caronte, la moneta che il defunto consegnava al traghettatore degli inferi, anch’essa posta usualmente nella cavità orale. Ma in questo caso la rilevanza è significativa: ciò che vi era inscritto era la parola d’ordine che il defunto doveva pronunciare per accedere allo status eterno di beatitudine. Il legame dunque tra bocca (del defunto) e parole (incise sulla lamina), è lampante. In altri contesti(ad esempio, una tomba di Thurii), le lamine sono state rinvenute presso la mano destradel cadavere. Anche in questo caso, la funzione pratica è evidente: l’oggetto doveva essere letteralmente “a portata di mano”, per essere usato con facilità . La lamina di Hipponion, insieme alle altre rinvenute a Petelia, Farsalo, Creta ed Entella, costituisce, secondo gli specialisti un gruppo ben definito di documenti religiosi che hannoin comune il ruolo fondamentale dato a Mnemosyne e la formula “sono figlio di Terra e cielo stellato”. Questi testi sacri erano il riferimento dottrinale di comunità iniziatiche sparse in varie zone del mondo greco antico, aperte alla presenza femminile (tre casi acclarati) e credenti nella sopravvivenza dopo la morte, i cui contorni cultuali precisi ci sfuggono, ma che testimoniano l’esistenza di una religiosità esoterica raffinata e alternativa a quella ufficiale.
Il viaggio dell’iniziato
Il tessuto simbolico e rituale che emerge da questi testi è quello archetipico del viaggio oltremondano, di una catabasi dell’iniziato. L’anima del defunto, dopo la morte, giunge alle case dell’Ade e imbocca il sentiero di destra. Il concetto del “bivio” ricorre in alcuni tra i più famosi dialoghi di Platone, che ha elaborato una visione dell’oltretomba divenuta canonica in Occidente: la divisione tra sede dei giusti (destra), e sede degli “empi” (sinistra), così come la vicenda delle anime destinate a ritornare sulla terra, che bevono l’acqua del fiume Ameles (della Noncuranza )e dimenticano tutto.
Ma nella lamina di Hipponion il simbolismo mi pare piĂą articolato: le anime imboccano la destra, che notoriamente in Grecia aveva un significato favorevole, protettivo, di stampo cosmico: la parte in cui sorgeva il sole, infatti, era sacra agli dei uranii, quella del tramonto rientrava invece la sede dei morti e il loro sovrano.
Uperdexioi erano gli dei che, con la destra alzata, indicavano l’appartenenza all’Olimpo uranio. Un antico commentatore del De caelo di Aristotele scrive: “Così i Pitagorici chiamavano la destra anche sopra, e davanti, e bene; e la sinistra anche sotto, e dietro, e male”. La via verso destra, dunque,era quella che riconduceva l’anima alla sua dimensione originaria, celeste. Nel nostro caso, però, la via di destra contiene un’insidia: la fonte situata accanto al“bianco cipresso”, a cui tutte le anime (dei non iniziati) si accostano, bramose di refrigerio,ma alla quale, invece, non bisogna neppure avvicinarsi. Dunque, per chi seguiva i precetti esposti nella lamina, non era sufficiente imboccare la destra, come superficialmente le anime fanno. La via orientale di per sé non garantisce la salvezza: l’iniziato “non deve accostarsi neppure” a questa fonte, ma proseguire. La fonte “vitanda”, che dà refrigerio, è in realtà inganno, perché non garantisce la vera beatitudine. E’ sollievo temporaneo, che colui che possiede la conoscenza e vita.L’iniziato giunge quindi al “lago” di Mnemosyne, acqua ferma, o, per usare la definizione del mitologo Propp, “acqua morta”: morta perché è un beneficio per i defunti, perché non produce un reale effetto nell’Ade, e, infatti, non è neppure vigilata da custodi. Forse è per questo motivo che, in tutte le lamine “di Mnemosyne”, oltre a quella di Hipponion, essa non ha nome e ha una collocazione incerta (a volte a destra, altre a sinistra). E’ una sorgente che in quel contesto, e che nella logica “simbolica” del viaggio iniziatico non ha valenza. L’associazione tra lo stato di morte e la sete è di origine antichissima: i documenti micenei di Pilo (scritti in Lineare B) parlano di riti in onore dei
Dipsioi, gli “assetati”, ovvero i morti. Nella più antica dottrina cosmogonica greca l’acqua (l’Oceano) era indicata come l’elemento primordiale dell’universo, e lo attestano l’Iliade (XIV, 201) e la Teogonia di Esiodo. Ma questo schema archetipico ha analogie anche in Oriente. La “fonte di vita” è presente infatti anche nell’escatologia sumero-accadica.
La krene della lamina di Hipponion, accanto al palazzo di Hades, dove le anime si affollano, ha un parallelo /antecedente nella fonte custodita dagli Annunaki , i demoni sumerici generati dal dio celeste Anu. Agli Annunaki spetta decidere del destino di morte o di vita di quanti giungono nel regno dei morti. Non solo: nell’acqua di questa fonte viene aspersa la dea Ishtar, discesa negli Inferi, per sottrarla all’influsso negativo della sovrana dell’al di lĂ . Ancor piĂą stringente è il confronto con il Libro dei Morti egiziano, che aveva la stessa funzione del testo trascritto nelle laminette greche. I custodi dell’oltretomba egizio chiedono: “Chi sei? Cosa sei? Da dove venisti nell’aldiqua?”. “Sono uno di voi!”, è la risposta. Nello stesso Libro dei Morti c’è una formula per dare al defunto la rimembranza del suo nome nel mondo infernale. Il problema di un legame diretto tra l’immaginario greco e quello mesopotamico ed egizio resta aperto; le dottrine misteriche di cui stiamo parlando hanno sicuramente attinto a un imagerie, a una “foresta di simboli” arcaici, che qui assumono senso e funzioni nuove. L’anima dell’iniziato procede dunque verso l’acqua che scorre dal lago di Mnemosyne: se,nel testo, la distinzione tra krene, la fonte senza nome da evitare, e limne, il lago diMnemosyne dall’acqua ferma, non è solo dovuta a esigenze letterarie, è forte la suggestione di un parallelo con l’immagine orientale del Nirvana come lago senza increspature.
Figli della terra e del cielo stellato
I custodi della fonte pongono la domanda fondamentale all’anima: “Perchè mai esplori la tenebra dell’Ade?”. In altre lamine (quelle cretesi), il quesito è piĂą diretto: “Chi sei? Da dove vieni?”.Questo è il momento del symbolon, cioè del segno di riconoscimento, espresso dalla formula: “Sono figlio della Terra e del cielo stellato ”Questo stesso enunciato si ritrova giĂ nella Teogonia di Esiodo, dove “ figli di terra e cielo stellato” sono gli dei, e condensa in sĂ© vari livelli di significato: l’idea di fondo è la sottrazione all’ambito puramente ctonio, puramente terrestre, e il legame col cielo, vale a dire con l’infinito. Si allude infatti “non al cielo diurno, in cui la luce del sole non rivela i segni dello spazio infinito rappresentato dagli astri, ma il cielo sidereo, il cielo stellato, che richiama l’infinito del cosmo e che piĂą facilmente induce a superare i vincoli con l’esperienza terrena” (Pugliese Carratelli).
La consapevolezza della discendenza dell’elemento animico dalla Terra e dal Cielo stellato presuppone che l’iniziato, a differenza degli altri mortali, conosca la vera genealogia dell’anima. L’iniziato, dunque, conosce l’esistenza di una parte divina dentro sĂ©, sa della parentela con gli dei e del comune legame che lega le anime che condividono questa rivelazione, la aletheia, la veritĂ . In un’altra lamina, da Petelia, l’anima addirittura aggiunge: “La mia stirpe è celeste”. Qui si enuncia, in maniera inequivocabile, l’identificazione dell’umano e del divino, che comunemente si reputa inaccettabile nella religiositĂ greca olimpica, dove la dimensione dei mortali e quella immortale sono ritenute sostanzialmente irriducibili. Un luogo comune ormai da superare: queste dottrine misteriche ci parlano invece di rituali per sconfiggere la morte, per arrivare a uno stato di beatitudine permanente; il linguaggio è quello di un codice iniziatico, che a noi moderni sfugge, ma che è esistito. L’identitĂ tra dei e uomini, perduta, viene riconquistata attraverso l’iniziazione. I custodi della fonte di Mnemosyne, dunque, riconoscono l’iniziato dopo che questo ha pronunciato il mot de passe: l’anima può finalmente dissetarsi con l’acqua della Memoria. Il mystes è anch’esso arso dalla sete, come le anime dei non iniziati: ma questa è sete di vita spirituale, eterna, e sarĂ estinta con l’acqua di Mnemosyne, che non dĂ un refrigerio temporaneo e fittizio, che non “rianima”, ma che avvia all’autentica vita di mystes, di bacchos e di eroos (eroe). Colui che si autodefinisce come “figlio della Terra e del Cielo stellato” si rappresenta infatti non nella sua dualitĂ (terrestre/celeste), ma nella sua unitĂ originaria. L’unione tra il cielo e la terra esisteva solo in tempi primordiali, prima delle separazioni e delle de-limitazioni, della pluralitĂ di questo universo. Il morto iniziato ha una posizione primordiale e cosmica.
Il vocabolario che l’iniziato usa è infatti quello mitologico, prefilosofico, nel cui orizzonte, per definire l’unitĂ primigenia, si usano i termini cielo e terra(Genesi) o sopra e sotto (l’an-ki dei sumeri). In Esiodo il cosmo si costituisce con la terra e il cielo, i primi progenitori. Nel mito della Repubblica di Platone, una colonna luminosa contiene “cielo e terra”, cioè l’universo.
Il tema dell’arsura ci riporta alle dottrine carmiche del pensiero indiano e alla “volontĂ di vivere” schopenaueriana. Ma mentre nel pensiero indiano, e nei suoi epigoni occidentali, si placa la sete dissolvendo l’arsura, dimostrando che l’arsura è illusoria, la sapienza iniziatica di queste laminette placa la sete dissetandola con “gelida acqua”, che dĂ consapevolezza dell’origine del Tutto. Oblio e memoria sono i due strumenti del dissetamento, i due poli di questa vicenda. Le lamine non descrivono esplicitamente la sorte di chi beve dalla fonte senza nome, ma il Platone della Repubblica colma questa lacuna e il silenzio degli iniziati. Se si beve dalla corrente dell’oblio si dimentica tutto e si rinasce a nuova vita, si ricade nel ciclo delle esistenze (il “doloroso ciclo” di cui parla un’altra laminetta, rinvenuta a Thurii): la sete è soltanto ingannata, e – parlando in moderni termini psicologici – l’arsura non tarda a ripresentarsi in una nuova individuazione. Ma se si beve dalla fonte di Mnemosyne la memoria fa recuperare la conoscenza del passato e dell’immutabile, l’uomo riconosce la sua origine divina e l’arsura non viene spenta, ma dissetata da “una gelida, divina, prorompente conoscenza”. (Colli)
Mnemosyne, personificazione della facoltĂ mnemonica, celebrata da Esiodo come madre delle Muse, è una divinitĂ di cui troviamo tracce nella cosiddetta letteratura orfica(soprattutto negli Inni orfici, di epoca successiva a quella delle laminette), ma – se ne seguiamo il filo – anche nelle dottrine pitagoriche:” Stimavano (i Pitagorici) che si deve trattenere e conservare nella memoria tutto ciò che viene insegnato e spiegato, e che le dottrine e gli insegnamenti per tanto si acquistano, per quanto è capace di accoglierli quella parte dell’anima che apprende e ricorda: perchè essa è il principio mediante il quale si acquista la conoscenza” (Aristosseno). E così Platone, che tratteggia la sua teoria dell’anamnesi: “ Per esser dunque l’anima immortale e molte volte nata, e per aver visto ogni cosa e qui nell’Ade, non c’è nulla che non abbia appreso: sicchè non c’è meraviglia che possa Ricordare (…) ciò che prima sapeva”.Mnemosyne, attinge dal pozzo della visione misterica – scrive Giorgio Colli – e additando il passato riconduce alla grande iniziazione. Il ricordo divinizzato ci parla di un luogo assoluto – che è l’inizio del tempo – e staccato da tutte le altre esperienze. E che la conoscenza – legata alla Memoria – fosse ritenuta un viatico per l’immortalità è confermato da un celebre frammento del medico Alcmeone: “L’uomo non è immortale perchè non può congiungere la fine col principio”. Questo congiungimento è possibile solo nell’orizzonte intellettuale e poetico presieduto da Mnemosyne.
La via gloriosa
Il destino, la dimensione esistenziale che attende le anime, dissetate alla fonte della Memoria, hanno contorni vaghi nel testo delle laminette: il mysterion è solo per gli iniziati,e il silenzio avvolge l’ultima rivelazione. L’anima va “per la via sacra su cui anche gli altri iniziati bacchoi procedono gloriosi”.
La sacra via è definita dunque per accenni e allusioni: è la via che porta all’eterna beatitudine, cioè, espresso in linguaggio mitico, la via che porta all’isola dei beati, dove“regnano gli altri eroi” (così scrive l’ultimi verso della laminetta di Petelia). E’ la via che porta all’Elisio, dove dimora il dio cretese Rhadamanthys, come scrive Pindaro. Il poeta ellenistico
Posidippo, dice, in un elegia databile al 250 a.C.: “Che io possa raggiungere la via mistica che porta a Rhadamanthys”. E nell’inno a Cerere troviamo la sentenza: “Chi,non è iniziato, non ha la stessa sorte dell’Ade”.Ma la lamina di Hipponion dice di più, nella sua laconicità : il testo specifica che la via è riservata ai mystai e ai bacchoi : i due termini formano un’endiade, in senso linguistico, el’uno specifica l’altro: qui si vuole indicare coloro che, tra gli iniziati (mystai ), sono divenuti bacchoi.
Questa parola ci riporta alla sfera dionisiaca, ma “bacchos” non è un teonimo, il nome di un dio, è una funzione: è il dio iniziato per eccellenza, Dioniso, che raggiunge lo stato di perfezione. E, così, l’iniziato divenuto “bacchos” assume caratteristiche divine,grazie alla totale adesione ai precetti e ai riti della vita iniziatica.
Tale adesione non significa semplice partecipazione a riti di estasi, alle processioni e ai tiasi. Non tutti sono in grado di giungere all’illuminazione completa, ad uno status evolutivo superiore. Lo conferma Platone, riportando un famoso detto orfico, nel Fedone: “Molti sono i portatori di nartece, pochi i bacchoi”. E dunque, la metaforica via che attende i genuini iniziati, coloro che hanno interiorizzato le verità dei misteri e hanno superato la dimensione umana, sembra avere poco in comune con le processioni sacre antiche, attestate storicamente,come quelle dei devoti di Eleusi.
Il culto e la pratica della memoria che emergono d a questi misteriosi testi avvicinano la dottrina che li permea alle più profonde intuizioni junghiane. La memoria, intesa come ricordo e comprensione del senso più profondo dell’esistenza, è salvezza dalla morte e recupero del tempo. La coscienza delle proprie radici archetipiche permette di superare in una più ampia visione cosmica la sofferenza provocata dalla morsa delle situazioni contingenti.
La psicologia analitica di Jung addita un cammino di ricerca analogo: il patrimonio depositato nella coscienza e nell’inconscio collettivo dell’umanità fonda la nostra esperienza del mondo e struttura la nostra storia.
Dunque, solo la consapevolezza delle nostre radici archetipiche ci permette di guardare alla totalità , che lo psichiatra svizzero chiama “Sé” e i versi delle laminette indicano nell’unione di “Terra e Cielo”.
Le origini del “simbolo”
Nel lessico greco il termine “symbolon” definisce originariamente il segno di riconoscimento, l’oggetto che materializza il rapporto di unione tra vari enti.
La più antica attestazione del termine è nello scrittore greco Erodoto (6, 86): si racconta che un uomo di Mileto lasciò in deposito presso Glauco di Sparta il suo danaro e i symbola , raccomandandogli di consegnare il denaro a chiunque gli presentasse l’altra metà . L’etimologia di simbolo deriva dunque dal verbo symballein(ricongiungere) e ha una connotazione giuridica: indica appunto le due parti di un oggetto che, una volta ricongiunte, servono come prova dell’antica relazione di ospitalità e garantiscono l’identità di chi le possiede.
In senso traslato, dunque, il simbolo indica il contrassegno di un legame.
Platone, nel Simposio, usa il termine nella sua accezione filosofica: “Ciascuno di noi è Simbolo di un uomo, dato che di uno s’è tagliato in due (…); perciò ciascuno cerca sempre il proprio symbolon”.
Ecco dunque l’evoluzione del termine: ciò che in Erodoto indica un oggetto concreto che manca di ogni trascendenza, in Platone diventa concetto ideale. Nelle religioni misteriche del mondo antico il simbolo non tradisce l’originaria appartenenza al lessico “contrattuale”: è pegno, attestazione di un’identità , garanzia di riconoscimento, oggetto rituale che rinvia a un’esperienza, in questo caso mistica.
Symbola erano appunto le lamelle d’oro che gli iniziati portavano con sé nella tomba, per essere riconosciuti nell’Ade.
Symbola erano anche le tavolette lignee di Tracia che la voce del cantore Orfeo riempì di scritti, così come, secondo Clemente, i balocchi con cui i Titani ingannarono Dioniso per poi sbranarlo e che, per gli adepti del culto misterico del dio, evocavano la vicenda rituale della sua morte.
[articolo di Alessandro Coscia]